Cani arrabbiati

Quando si parla di cinema italiano, il sottoscritto ha sempre un po’ avuto la sensazione di una diffusa piattezza, come se tra il dramma e la commedia non si conoscessero vie alternative. Sta di fatto che, invece, tra gli anni sessanta e settanta, esisteva un cinema di genere, di serie B, che si incrociava a metà strada con il thriller e l’horror, e che ha finito per essere depositato all’ombra dei più famosi Fellini, Comencini, Scola e Pasolini. Succede, quando in un’epoca ci sono parecchi talenti, che non tutti abbiano la meritata attenzione. Per questo varrebbe la pena di riscoprire tendenze e espressioni che hanno abitato la settima arte anche da noi.

Per esempio, un titolo che ha suscitato la mia curiosità è Cani arrabbiati. L’anno di grazia era il 1974, e il regista era Mario Bava. Gli attori sono degli illustri sconosciuti che rispondono ai nomi di Maurice Poli, Lea Kruger, George Eastman, Riccardo Cucciolla e Don Backy (sì, proprio lui, il cantante). Adesso voi direte, se nessuno se li ricorda questi quattro gatti, un motivo ci sarà. Ma non c’è da essere prevenuti.

Innanzitutto, il soggetto: quattro banditi tentano una rapina finita non esattamente secondo le loro intenzioni, e si vedono costretti a intraprendere un viaggio in macchina per fuggire alla polizia, tenendo con sé una donna, un bambino e il proprietario dell’auto come ostaggi. Fin dai primi minuti siamo proiettati nel mezzo del furto, della sparatoria e dell’inseguimento, e una volta saliti a bordo di quella Opel Rekord non ne usciamo più, se non alla fine. È un film claustrofobico e disturbante, che fa del colpo di scena la sua parola d’ordine, tanto al principio quanto nell’ultima, spiazzante scena conclusiva. Non c’è un solo istante in cui possiate staccare gli occhi dallo schermo senza perdervi qualcosa di fondamentale, e considerando che la tensione non accenna a diminuire se non dopo i titoli di coda, nemmeno vorrete distrarvi.

Ma la cosa più insolita, se mi lasciate passare il termine, è l’uso della violenza, del turpiloquio, della umana ferocia che va oltre i limiti della maniacalità, dove la molestia sessuale è di casa e l’omicidio non risparmia davvero nessuno. Quegli illustri sconosciuti di cui sopra non avrebbero potuto essere più abili ad incarnare la brutalità e l’instabilità mentale in questo film che avrebbe potuto essere diretto anche da Tarantino venti anni fa. Si fa un po’ fatica all’inizio ad abituarsi agli insistenti primi piani che a Bava piacevano tanto, e che a volte sono come un pugno nell’occhio. Un’inquadratura più ampia, in alcuni casi, poteva restituire meglio l’atmosfera che si respirava in quella automobile infernale. Pazienza, questioni di stile. Quello che invece non si sopporta davvero è la colonna sonora costantemente fuori luogo, se non in pochi momenti, mentre in altri, anche in quelli decisivi, sembra fare di tutto per contribuire a smorzare la tensione, e non si capisce il perché.

Pochi difetti che comunque si perdonano, se si tiene presente tutto l’insieme. Un vero capolavoro di adrenalina e orrore psicologico allo stato puro, che ogni amante del genere dovrebbe recuperare.

VOTO: 8

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