Piume di struzzo

Quelli della mia generazione hanno imparato ad amare Robin Williams grazie a pellicole come Jumanji e Will Hunting, e non posso dargli torto. Anche mia madre non molto tempo fa ha inserito Mrs. Doubtfire tra i suoi film preferiti. Capisco anche chi impazzisce per Patch Adams, o Flubber, o L’attimo fuggente, capisco tutto. Personalmente, però, ho adorato Robin Williams a cominciare da due film, forse non popolari come gli altri già citati, e uno di questi è Piume di struzzo.

Che poi, a onor del vero, pur essendone il protagonista, il ruolo del mattacchione spetta più al suo comprimario Nathan Lane, l’anima e lo spirito di questa frizzante commedia. La trama è esattamente quella de Il vizietto, commedia italo-francese dell’anno di grazia 1978, di cui ne segue il filo passo per passo, ed è forse questo il motivo per cui Piume di struzzo è rimasto un po’ nell’ombra, o magari perché non a tutti è andato a genio che Robin Williams prendesse il posto che fu di Ugo Tognazzi. Il sottoscritto, però, è pronto a credere che un remake possa pure venir meglio dell’originale, o magari è troppo di parte perché ha conosciuto prima la versione americana (senza nulla togliere a Il vizietto, eh). Lasciatemi passare, però, che Piume di struzzo è davvero esilarante.

Una commedia coi controfiocchi, ecco cos’è. Una di quelle perle sempre più rare in cui la comicità, l’ilarità, il riso nascono dalle situazioni che la trama stessa mette in moto. Pensateci un po’, una coppia omosessuale dirige un night club per soli uomini en travestì, e improvvisamente una sera si presenta il figlio di uno dei due, frutto di una relazione eterosessuale, per annunciare il suo imminente matrimonio. Solo che la ragazza che intende sposare è figlia di un senatore conservatore, che proprio non riuscirebbe a mandare giù di vederla maritata ad un ragazzo cresciuto in una così insolita famiglia. Cosa inventarsi per convincere il senatore e la moglie ad accettarli?

Non vi viene già da sorridere, pregustando le simpatiche scenette che ovviamente non mancheranno? D’accordo, la trama non è originale, ma il cast è d’eccezione. C’è Gene Hackman, straordinario anche in vesti comiche, c’è Dianne Wiest, in un altro di quei ruoli da non protagonista che le vengono benissimo, e c’è Calista Flockhart, quando ancora non era la signora Ally McBeal, né tantomeno la signora Harrison Ford. Una menzione speciale anche per Christine Baranski e Hank Hazaria, le risate si devono anche a loro (di Dan Futterman invece ne ho perso le tracce).

Sarò anche di parte, perché è uno di quei film che ti porti dentro dall’infanzia e non li lasci andare più, ma sono ormai alla centesima visione e ancora mi diverte. E poi il regista è Mike Nichols, mica il primo arrivato.

VOTO: 10

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