Non lavate questo sangue

Avete presente quelle torri che si trovano in alcuni parcogiochi che ti portano sempre più in alto per poi scendere improvvisamente giù, poi di nuovo su e ancora giù? Sto parlando di quella sensazione che si prova nell’attesa che la giostra riprenda il movimento, mentre sei lì sospeso nell’aria e non sai quando ripartirà. Quella tensione che ti prende allo stomaco perché non sai quando ti riporterà a terra, ma sai che succederà. Diaz di Daniele Vicari è tutto così: mentre le giornate dei diversi protagonisti attendono di scontrarsi in quei drammatici eventi del G8 di Genova, tu sei lì ad aspettare, consapevole che l’agitazione dei primi minuti esploderà in qualcosa di terribile e sanguinolento.

Chi abbia visto anche soltanto il trailer sa a cosa mi riferisco. Grazie anche ad un sapiente uso delle musiche, Diaz – Don’t Clean Up This Blood ti tiene incollato davanti allo schermo con lo stomaco attorcigliato mentre ti mangi le unghie per l’ansia, e con l’altra mano vorresti coprirti gli occhi per non guardare. E dal momento che i fatti narrati sono scritti nella Storia, non ci rimane neanche la speranza che quel che vediamo non sia inesorabile come sembra.

La ricostruzione degli avvenimenti è proprio di quelle che piacciono a me: la narrazione segue una manciata di personaggi diversi, uomini e donne, vecchi e giovani, poliziotti, giornalisti e semplici malcapitati, passando da uno all’altro finché non si trovano tutti nello stesso luogo allo stesso momento. Lo sguardo della macchina da presa che prima si era diviso dietro ciascuno di loro ritorna alla sua unicità nell’istante in cui sono tutti rinchiusi nella scuola che dà il nome al film, e il sangue comincia a macchiare le pareti, i manganelli a colpire sempre più forti, le urla a riempire l’edificio. E quando l’azione si sposta dalla scuola alla caserma, dove le vittime assomigliano sempre più ad animali da macello e i carnefici sempre meno a degli esseri umani, la frase Non lavate via questo sangue scritta su un cartellone all’interno della scuola arriva a ricordarci che dimenticare di punire la violenza può essere ancora più brutale della violenza stessa.

VOTO: 9

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