Insurgent, ovvero quando i gusti sono gusti

Mentre guardavo Insurgent, capitolo secondo della saga di Divergent, più mi sforzavo di applicarmi e di farmelo piacere, e più mi accorgevo che non mi prendeva affatto, e nel frattempo cercavo anche di chiedermi perché non sentissi alcuna forma di coinvolgimento. Sicché mi sono detto, de gustibus non disputandum est, non mi piace perché non mi piace, punto e basta. Poi mi sono reso conto che così non avrei avuto nulla da scrivere, e allora ho dovuto ritrovare la mia razionalità e rispondere a qualche scomodo quesito.

È così che ho scoperto che Insurgent comunica poco e niente perché manca di pathos. Non c’è timore per le vite dei protagonisti perché nessuno rischia mai veramente la vita. Tris e Quattro si ritrovano costantemente sotto il fuoco delle armi nemiche, e ne escono ogni volta sani e salvi. Allora, dico io, o li mettete fuori gioco, oppure fate in modo che non stiano sempre al centro del mirino. Altrimenti me ne andavo a vedere un film con Schwarzenegger.

Non ha catturato il mio interesse perché è tutto troppo veloce. La ribellione contro i vertici, la storia d’amore tra i due personaggi principali, tutto si consuma in un batter d’occhio. Non c’è attesa. Persino lei pare non avere il tempo di accorgersi del tradimento del fratello, ché la storia è impaziente di continuare. Troppa fretta, poco pathos.

Ma soprattutto non riesco ad appassionarmi a Insurgent perché ogni film, ogni racconto, anche questo, ha bisogno di figure e interpreti per cui tifare. I cattivi si fanno meno temibili che nel capitolo precedente, Kate Winslet e Jai Courtney perdono decisamente smalto, e per un attimo lasciano ben sperare i personaggi più ambigui come Naomi Watts e Miles Teller, salvo poi deludere sul finale. Per chi ci dovremmo esaltare, Theo James forse? Scialbino. Non resta che Shailene Woodley, brava per essere brava, ma non all’altezza della storia di cui è protagonista. Si salvano gli scenari, molto ben fatti; è un po’ pochino, ma comunque è qualcosa

VOTO: 4

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