Cinque anni lottavano sulle labbra di Daisy

L’elemento distintivo di un regista è quasi sempre la prima cosa che notiamo quando guardiamo i suoi film, per quanto l’operazione sia automatica ed involontaria. Potremmo pure non accorgercene, ma tant’è. Per esempio, siccome Baz Luhrmann ha capito che anche l’occhio vuole la sua parte, al cinema più che mai, ha deciso di puntare sempre più insistentemente sull’elemento visivo, che è proprio l’aspetto che maggiormente contraddistingue la sua versione de Il grande Gatsby. Ad ogni immagine, ad ogni inquadratura, non riesci a sottrarre lo sguardo dallo svolazzo delle tende di un salotto o lo scintillio delle frange che si muovono al ritmo di un charleston, l’esuberanza di una villa interamente illuminata a giorno o la pomposità di un cappello volutamente vistoso.

Quel che di solito fa da contorno ad una storia, qui si eleva dal suo ruolo di ornamento e si fa protagonista, chiave di lettura e fonte di intrattenimento; perché è la storia stessa di Jay Gatsby e del suo tentativo di ricongiungersi alla dolce Daisy che pretende di essere presentata su uno sfavillante banchetto di colori e sontuosità. Altrimenti, a nulla varrebbe lo sforzo di raccontare di un uomo che credeva che una buona dose di denaro potesse servire a procurargli amore e felicità, e che bastasse guadagnarsi una fortuna in qualunque modo per cancellare cinque anni di lontananza, mentre l’America degli anni ’20 inseguiva il suo sogno di ricchezza e prosperità, ignara del fatto che anche le più belle favole sono destinate a finire. Così come Gatsby non sapeva che, per quanti soldi potesse accumulare, non sarebbero mai bastati.

E allora ben vengano i fronzoli e le scenografie affollate, e tutto quel marasma di luci, cartelloni pubblicitari, palazzi, colori pastello, uniti alla geniale intuizione di servirsi di una colonna sonora tutta hip-hop e alternative rock, dai Florence + the Machine a Jay-Z passando per Will.i.am e Lana Del Rey, mentre va in scena l’epoca del jazz e dello swing, e Leonardo DiCaprio fa rivivere per la quarta volta uno dei più famosi personaggi della letteratura di tutti i tempi. Forse non avrà il fascino del suo illustre precedessore Robert Redford, ma ha tanto charme quanto ne aveva lui se non di più. DiCaprio riesce a incarnare fascino ed eleganza, a muoversi come il più invidiabile dei gentleman mentre nasconde il mistero di un passato sconosciuto, a far brillare la speranza nei suoi occhi e vibrare lo schermo quando s’infuria. Accanto a lui, Carey Mulligan è l’aggraziata ma noncurante oggetto della sua passione, non meno crudele e sprezzante di suo marito Tom, al secolo Joel Edgerton, e tutti quanti si muovono tra gli addobbi e le note di uno dei drammi più toccanti di sempre.

A molti non sarà piaciuto, lo so. Magari sarà più adatta a loro la versione del 1974, ma io preferisco questa, con tutti i suoi eccessi, con la voce narrante di Tobey Maguire e un cast in perfetta forma.

VOTO: 10

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4 commenti

  1. Proprio qualche giorno fa, leggendo il tuo precedente articolo, avevo notato uno dei banner del sito con il faccione di Gatsby/DiCaprio, e avevo cercato – invano – il tuo parere su questo film. E adesso tiro un sospiro di sollievo, perché il tuo giudizio è il mio. Fra tutti i suoi eccessi (che, come i colori, restituiscono perfettamente il senso allegorico del romanzo) questa versione mi è piaciuta davvero molto. Un Di Caprio pazzesco e – non credevo che l’avrei mai detto – un Tobey McGuire perfetto. Un film che ho rivisto e rivedrei volentieri.

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