Prima comunione

Aldo Fabrizi l’ho conosciuto attraverso quei programmi di videoframmenti che la Rai ama mostrarci nelle sere d’estate, o almeno è così che me lo ricordo sempre. Di quelli che a mia nonna non piacciono, perché dice che è come rivedere ogni volta le repliche di cose già viste e riviste, ma che a me invece permettono di dare un’occhiata a qualcuno che è nato un bel po’ di tempo prima di me. Come Fabrizi, appunto. Paffutello, con le occhiaie, la cadenza romanesca, già avanti con gli anni, un talento comico che passava innanzitutto attraverso il corpo.

Prima ancora di quei programmi tv, Aldo Fabrizi faceva ridere uguale. Nel 1950, per esempio, girò da protagonista un film che si reggeva interamente sulle sue robuste spalle. In Prima comunione, è un padre di famiglia che, nel giorno di Pasqua, intraprende un’odissea nella città di Roma nel tentativo di recapitare in tempo il vestito per la cerimonia alla figlia. Inutile dire che il ritiro dell’abito costituisce soltanto un pretesto (ma neppure di poco conto, dato che è quello a fare da motore e sfondo a tutta l’azione) per lanciare il povero Fabrizi in una corsa contro il tempo. È una sorta di one man show, di quelli dove tutto è affidato alla capacità del padrone di casa di intrattenere e divertire.

Però, attorno a lui, anche una manciata di altri personaggi collabora alle sue gag, e a sua volta si fa interprete di quegli stessi numeri. Completano l’insieme le sequenze oniriche, che siano fantasticherie ad occhi aperti o sogni veri e propri, alcuni dei momenti più spassosi e originali. Credo si possa anche dire che Prima comunione sia un film coraggioso, mettendoci di fronte ad una coppia di sposi che non crede più al proprio matrimonio, e contrassegnando il ruolo principale con tanto di ateismo.

Naturalmente, va da sé che i due sposini si ricongiungano dopo il litigio di rito, e dopotutto il lieto fine è imposto dai canoni della commedia, ma siamo negli anni Cinquanta, e fare del protagonista di un film italiano un miscredente può essere comunque una novità. Soprattutto, però, è divertente. Come mi aspettavo da Fabrizi.

VOTO: 8

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