Vola e va tra le stelle, tu che puoi diventare Jeeg

Ieri sera ho assistito ad una proiezione all’aperto, in un parco non molto distante da dove abito dove ogni anno, d’estate, si tiene una rassegna cinematografica. Il film che ho visto è Lo chiamavano Jeeg Robot. Ve lo dico perché non molto distante da lì qualcuno stava festeggiando non so cosa, ma si sentiva chiaramente la voce dello speaker che invitata i presenti ad alzare i calici. La musica è durata quindici minuti buoni, ma questo non mi ha impedito di godermi la visione. Nonostante i dialoghi comprendessero una notevole quantità di parole in romano.

Lo chiamavano Jeeg RobotNeppure gli scomodissimi gradoni di pietra mi hanno distratto per un attimo. Fa niente se a fine proiezione a stento riuscivo a camminare. Ne è valsa la pena. Lungi da me avere le competenze per dire che la fantascienza, in Italia, prima non esisteva – e d’altronde non credo che sarebbe vero – ma posso dire per certo che di prodotti così non se ne vedono tutti i giorni. Lo chiamavano Jeeg Robot è chiaramente un film d’ispirazione americana, che strizza l’occhio a quel filone fumettistico che in gergo tecnico si chiama origin story, di quelli che raccontano com’è che un supereroe diventa tale.

Al cinema supereroistico d’oltreoceano deve invece la struttura narrativa, con la maturazione del protagonista che culmina nella lotta finale tra il bene e il male. E qui finiscono le analogie. La comicità che sfoggia dal primo all’ultimo minuto non ha a che fare né con l’irriverenza di Deadpool né con lo humour becero e trito di certe pellicole nostrane. Enzo Ceccotti è un outsider della provincia romana che vive alla giornata, arrangiandosi coi furtarelli che l’occasione gli offre, e tutto avrebbe potuto prevedere tranne che, per un tuffo nel Tevere, avrebbe acquisito una forza sovrumana. Né tantomeno gli è balzata in mente l’idea che quei potere potrebbero servire a scopi tutt’altro che personali.

Lo chiamavano Jeeg RobotLa cultura pop degli ultimi due secoli è piena di uomini qualunque che non hanno chiesto di diventare supereroi e non sanno gestire il dono che la vita gli ha fatto, ma Enzo Ceccotti è ancora più “qualunque” di tutti gli altri. E non solo perché va avanti a yogurt e film porno consumati nella solitudine di un appartamento e una vita senza famiglia e senza amici, ma perché è davvero un individuo anonimo. L’incontro/scontro di personaggi provenienti dalla malavita romana e napoletana facilita ulteriormente l’incitazione al riso, trattandosi di due dialetti da sempre prestati alla commedia, e dà al film un colore più spiccatamente veritiero e locale. Come se potessimo credere fino a fondo a questa storia e ai suoi protagonisti, così italiani, così plausibili, così sbagliati.

Lo chiamavano Jeeg RobotClaudio Santamaria non è affatto una sorpresa per chi lo abbia già conosciuto in altri ruoli, e il David di Donatello è arrivato a confermare che quegli occhi un po’ tormentati, sicuramente tra i più espressivi del nostro cinema, erano i più adatti per il ruolo di un’anima cupa che vive ai margini della società. Arriva come un graditissimo regalo, invece, la presenza dell’esordiente Ilenia Pastorelli, responsabile della metamorfosi di Enzo da criminale a supereroe, e di una delle performance più autentiche e commoventi di questa stagione.

Non è da meno Luca Marinelli, la cui interpretazione del cattivo di turno degno dei pazzoidi dei fumetti americani (Joker vi dice niente?) rischia di rubare la scena al vero protagonista. Lui, quello che una mente confusa dai cartoni animati identifica per sbaglio con Jeeg Robot, e che non sa come si combattono i cattivi, perché egli stesso ne faceva parte fino a ieri.

Non vi aspettavate che un film italiano che si cimenta in un genere con cui non abbiamo dimestichezza, che prende a prestito il titolo e altro ancora da un manga giapponese e affida uno dei ruoli principali a un’ex concorrente del Grande Fratello potesse farvi apprezzare così tanto questa ventata d’aria fresca, eh?

P.S. La musica festarola poi è ripresa, ma ero talmente assorto che quasi non ci ho fatto caso. E non è riuscita nemmeno minimamente a scalfire il più intenso e coinvolgente momento di tutto il film.

VOTO: 10

Lo chiamavano Jeeg Robot

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