Lukas Graham e Rachel Platten, novità (o quasi) del 2016

In realtà, né l’uno né l’altra sono due novità assolute del 2016. È che ci siamo accorti di loro soltanto adesso. Come si dice, meglio tardi che mai. Per motivi di cavalleria, cominciamo prima dalle signore.

Rachel Platten Wildfire

A voler essere ancor più precisi, Rachel Platten ha scalato le classifiche l’anno scorso con la sua Fight Song, ma per Wildfire (il terzo album fin ora) abbiamo dovuto aspettare gennaio di quest’anno. Nonostante la canzone mi abbia lasciato un po’ indifferente alla sua uscita, al secondo singolo è avvenuta la magia. Dovete sapere che quando ho scoperto Stand By You, me la sono andata a sentire in tutte le salse. Live da Ellen DeGeneres, live ad X-Factor, ovunque lei l’abbia cantata, io l’ho visto. Perciò dovete perdonarmi se sarò poco obiettivo.

È che Rachel Platten è semplicemente adorabile. Ha una faccia d’angelo, un sorriso magnetico, una voce soave e un’energia che pare le vibri addosso. Quest’energia che è il suo punto di forza, e che si manifesta in una tracklist che inneggia alla gioia, all’amore, al riscatto e alla voglia di farcela. Il tutto accompagnato da testi introspettivi e maturi. Rachel PlattenInsomma, la cantautrice voleva essere presa sul serio, e ce l’ha fatta.

Notevole l’ispirazione country, sebbene resti un’artista prettamente pop nello stile della Taylor Swift degli inizi. Con qualche incursione nell’electropop (You Don’t Know My Heart), sembrerebbe che sia proprio la grinta la sua dote migliore, anche in un album complessivamente delicato ed emotivo. Ed è quando la usa che dà il suo meglio, da Stand By You a Beating Me Up, fino a Lone Ranger. Anche se talvolta qualcosa va storto, come in Hey Hey Hallelujah, che comincia bene ma chissà perché non convince fino in fondo.

Si direbbe che stia ancora cercando l’impronta che definisca la sua musica. È per questa incertezza nella sperimentazione che non sempre trova la strada giusta. Rachel, dammi retta, lasciati andare. Intanto attendo la prossima uscita.

VOTO: 7

Lukas Graham Blue Album

Quella dei Lukas Graham è stata una vera e propria esplosione. Giunti alla loro seconda fatica, la band danese (già, sono una band, nonostante il nome possa ingannare) ha valicato i confini del Paese d’origine per conquistare il mondo intero. Merito di 7 Years, la canzone che ce li ha fatti conoscere. E che, per quanto sia il prodotto migliore di questo album omonimo (noto anche come Blue Album), non anticipa del tutto quel che dobbiamo aspettarci.

Innanzitutto perché il tono è assai più sollevato di quanto si immagini. Anzi, raggiunge punte di autentica, inaspettata gioia, e non solo perché 7 Years faceva presagire che sarebbe stato tutto più struggente, ma perché è difficile immaginare che dietro una Lukas Graham Blue Albumcanzone intitolata Funeral si nasconda un invito a festeggiare.E riesce pure ad essere convincente.

Merito di un cantante che ha un carisma davvero notevole. I Lukas Graham fanno tesoro del gospel (Hayo) e del soul in brani come Strip No More e Playtime che potrebbero benissimo essere cantati da Bruno Mars. Parlano d’amore, dell’infanzia, della famiglia, di vita vera e vissuta, si accompagnano al piano e fanno un ottimo uso dei cori (tipo Mama Said). Qua e là un po’ di ottimismo, un po’ di pathos. Tipo Ed Sheeran, per intenderci.

Tutto questo, riuscendo a toccare le corde giuste. Attuali e retrò, ma unici a loro modo. Un applauso.

VOTO: 9

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