Non si ruba a casa dei ladri

Un imprenditore del napoletano, trapiantato però da anni nella capitale, si vede portar via baracca e burattini dopo aver perso una gara d’appalto. Per sostenere gli studi della figlia, non trova altra soluzione che mettersi a lavorare, insieme alla moglie, come camerieri in casa di due ricconi romani. Verranno a trovarsi, inconsapevolmente, alle dipendenze proprio di colui che gli ha soffiato l’appalto, peraltro non con mezzi esattamente legali.

Non si ruba a casa dei ladriAi fratelli Vanzina va il merito di aver provato a ribaltare dei classici luoghi comuni, insidiatisi da tempo immemore nella rappresentazioni dei personaggi comici da grande schermo: il napoletano e la torinese non soltanto sono addirittura marito e moglie, ma lui qui gioca il ruolo dell’onesto, e lei non ha nulla a che vedere con lo stereotipo della settentrionale con la puzza sotto al naso. Restano due burini, ahimè, i romani della storia.

Una storia che, comunque, funziona piuttosto bene nella prima parte, con una sceneggiatura agile e insolita per il nostro cinema, in cui si pretende sempre più spesso che a far ridere siano le gag isolate, e non l’intreccio in sé. Una situation comedy che possiede tutte le carte in regola, almeno in potenza, fino a quando, cioè, non inizia il secondo tempo, e ti rendi conto che quella prima parte, che doveva servire da prologo, è stata eccessivamente dilatata.

Non si ruba a casa dei ladriIl vero intreccio comico sarebbe dovuto essere nel modo in cui i truffati cercano di rifarsi a loro volta sui truffatori, mettendo su una improbabile banda e provando a invertire i ruoli. Ma l’espediente è schiacciato in tempi troppo brevi, e a quel punto i nodi cominciano a venire al pettine. Personaggi mai visti prima tirati fuori ad hoc, caricature senza spessore che non fanno neanche sorridere, una trivialità e una ripetitività nelle battute su cui è impossibile sorvolare, fanno un quadro assai deludente, completato da certi svizzeri impettiti che si chiamano Heidi, Schmidt e Muller, e da quel prezzemolino di Maurizio Mattioli a cui non fanno fare altro che la macchietta romanaccia.

Se ne esce a testa alta Stefania Rocca, a cui pare che la commedia calzi bene, e tutto sommato anche Vincenzo Salemme, che recita sempre allo stesso modo ma qualche risata riesce ancora a strapparla. A Massimo Ghini il compito di interpretare un personaggio non degno di lui. Quanto a Manuela Arcuri, la parte della cafona ignorante che è già brutta di suo non le riesce nemmeno.

Inutile dire che la bonarietà che si è voluto dare al film – soprattutto nel finale – lo priva di quell’insolenza che ci sarebbe stata proprio bene, considerando il miscuglio di ruberia, politica e moralità. Si è preferito invece riappacificare lo spettatore coi personaggi, dicendogli che in fondo in fondo sono tutti buoni, salvo poi aggiungere una massima di Giovenale prima che comincino i titoli di coda. Quasi a voler nobilitare un prodotto rivolto ad un pubblico che, probabilmente, non sa nemmeno chi sia costui.

VOTO: 5

Non si ruba a casa dei ladri

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