V per Vendetta

Intolleranza. Paura. Discriminazione. Niente libertà di parola, di religione, nessun diritto di scegliere cosa pensare. Soltanto un governo totalitario oltre le cui barriere sembra impossibile scorgere qualcos’altro, e al di là del quale si fa fatica a ricordarsi com’era prima la vita.

V per VendettaCi pensa la tv a dirci in cosa dobbiamo credere, e i manifesti diffusi per le strade ci ricordano qual è il motto del Paese, qual è la vera fede. Ci dicono che niente conta più dell’unita, e che l’unità non si ottiene senza l’ordine, e l’ordine va garantito appiattendo tenacemente le diversità. Appiattire non significa integrare, ma distruggere.

E poi Alexandre Dumas, George Orwell e il Grande Fratello, Guy Fawkes e la congiura delle polveri: V per Vendetta condensa quest’affascinante e riuscito pastiche in un fumetto, riadattato nel 2006 per il cinema in un film dal medesimo titolo. A quel punto, il futuro ci è sembrato davvero tanto vicino.

La vendetta del titolo è la storia personale del protagonista mascherato, le cui ragioni risalgono ad un esperimento governativo e a uno scenario nazi-fascista, secondo uno schema più propriamente da cinecomic, di quelli che raccontano la genesi di un supereroe. Il successo è sancito dall’intreccio tra l’elemento più propriamente riconducibile al filone fumettistico e la fantascienza distopica, di cui porta alta la bandiera da dieci anni a questa parte, legati dalla visionarietà della sceneggiatura firmata dai fratelli Wachowski.

La manipolazione mediatica, la pervasività dell’apparato governativo, la persecuzione e la tortura dei nemici politici (e non solo), appartengono da tempo alla Storia e al cinema, ma in quest’Inghilterra intrappolata nella tirannide e nell’oppressione formano un ritratto così convincente – per quanto non riesca mai a risultare inquietante – da offrirci il ritratto di un mondo temibilmente prossimo.

Penso che il discorso di V alla nazione sia uno dei migliori dialoghi del cinema degli ultimi anni. Che tutte le parole del film abbiano una valenza difficilmente ignorabile. Che i duelli con gli agenti del regime, le esplosioni dei palazzi del potere fino alla tana stessa del protagonista siano uno straordinario compendio visivo all’apparato intellettuale alla base del film. Che naturalmente comprende anche la maschera. Dietro la quale si cela un Hugo Weaving che non vediamo mai, e forse è meglio così. Perché non importa chi ci sia dietro quella maschera.

Da Valerie a V arrivando ad Evey, la conquista della libertà si accompagna ad una progressiva spersonalizzazione, che non è la perdita della propria individualità, bensì la trasformazione in qualcosa di superiore. Non conta più quale faccia abbiano perché incarnano un ideale, e solo in quanto tale possono essere riconosciuti da tutti e arrivare a tutti. Paradossalmente, la maschera è diventata l’unico modo per indossare la verità.

VOTO: 9

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