Gone with the Wind

Eccoci qua. Lo sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento. Quello in cui mi sarei dovuto confrontare con uno dei grandi classici del cinema, uno di quei film senza tempo che tutti conoscono e sui quali tutto è già stato detto. Non solo, perché oltre ad essere uno dei più grandi capolavori di sempre, è anche uno dei miei film preferiti, di quelli a cui tengo tanto, ma proprio tanto. L’ipotesi di tacere e passare oltre, quindi, è stata scartata.

Via col VentoDopo un’attenta riflessione, ho deciso che avendolo rivisto un’altra volta – l’ottava? La decima? O saranno più di dieci? – le strade che si aprivano davanti a me erano due. La prima, semplice e smielata, consiste nello spiegare perché questo film sia così importante per me. In realtà, l’opzione è tutt’altro che semplice, perché dovrò provare innanzitutto a spiegarlo a me stesso. Via col Vento è un film che appartiene alla mia vita da sempre. Avevo 10 anni o poco più, quando vidi mia madre, mia sorella e mia nonna davanti alla tv, a ripetersi quanto fosse bello, e quanto fosse giustamente immortale. Mi dissi che non l’avrei mai visto perché, dopotutto, cosa ci sarà mai di piacevole in un film girato un secolo fa, con quei costumi, quella storia, e con una durata incalcolabile? Un polpettone, insomma.

Intorno ai 15 anni cominciai a guardarmi attorno, o meglio ancora a guardarmi indietro, e mi dissi che, se mi piaceva il cinema, dovevo pur approcciarmi a qualcosa che fosse più vecchio del 1990. Vidi Via col Vento. Mi vennero i brividi. Di lì a poco comprai il dvd, e lo rividi. Poi lessi il libro, strepitoso. Rividi ancora il film. Negli ultimi due anni mi sono ripetuto che avrei dovuto trovare il tempo per vederlo ancora una volta, ce n’è voluto, e alla fine ce l’ho fatta.

Via col VentoNon saprei dire con esattezza quand’è che l’ho visto per la prima volta, ma posso dire che, ora come allora, mi vengono gli stessi brividi. Provo ancora la stessa commozione davanti agli orrori della guerra civile, l’arrivo del dispaccio con la lista dei defunti, il lungo campo visivo disseminato di feriti, Atlanta che brucia e Tara distrutta, o alle prime note del tema musicale, specie se accompagna una Rossella O’Hara stagliata di spalle sul paesaggio colorato di rosso. E quella Rossella! Mai attrice fu più adatta di Vivien Leigh. La sua espressività unita ai caratteri che diede al personaggio la pagina scritta di Margaret Mitchell ne hanno fatto un modello di inarrivabile perfezione. Diciamoci la verità, la sua energia, la sua tenacia, la sua forza sono encomiabili, ma la sua civetteria, il suo egoismo e la sua totale mancanza di riguardo verso gli altri la rendono affascinante. Non esattamente un modello di umanità, ma affascinante come poche.

Ogni volta spero che la storia finisca diversamente, che la piantagione si salvi dal passaggio dei nordisti, che Melania alla fine ce la faccia, che Rhett e Rossella vivano per sempre felici e contenti, pur sapendo ormai benissimo com’è che le cose sono andate. E forse se non fossero andate così il film non avrebbe la stessa bellezza. Forse l’autorevolezza  e le smorfie di Hattie McDaniel, la tenerezza di Olivia de Havilland e l’adorabile arroganza di Clark Gable, gli immensi scenari e le musiche epiche, tutte le Via col Ventomenzioni e gli Oscar non sarebbero valsi a nulla, e magari non ci sarebbero neanche stati se la storia non fosse stata così meravigliosamente tragica. Il lieto fine non è per Via col Vento. In cuor mio ci spero sempre, ma so che va bene così.

Ecco, conosco pochi film che non abbiano perso la loro forza col tempo. E non parlo soltanto di un’importanza generica nel grande universo della settima arte, ma di qualcosa di più personale. Più lo vedo e più mi piace. E mi diverto, quando Rossella trattiene a stento la sua voglia di infrangere le regole della vedovanza, o quando strappa le tende per farsi un nuovo vestito. E naturalmente mi commuovo.

Ho detto prima che c’erano due strade da percorrere. Una l’abbiamo appena attraversata, e l’altra è quella – molto più saggia, probabilmente – di lasciare che sia qualcun altro a parlare, se non si sa esattamente cosa dire. Quando qualcuno è in grado di mostrare la solennità e la maestosità di un’opera meglio di quanto tu possa mai fare, conviene farsi da Via col Ventoparte e cedere il posto. Per questo chiedo aiuto ad Andrea Morandi e prendo a prestito le sue parole per spiegare cos’è Via col Vento.

Tredici nomination, otto Oscar, quattro milioni di dollari spesi, tre registi, prima George Cukor e Sam Wood poi Victor Fleming, ma uno solo accreditato, lo stesso Fleming. Millequattrocento ragazze chiamate per la parte di Rossella, quattrocento selezionate, filmate e scartate. Quattro mesi di lavorazione e venticinquemila dollari per l’attrice protagonista, Vivien Leigh, due mesi e centoventimila dollari per l’attore protagonista Clark Gable – che era la metà di quanto gli attori più famosi, negli anni 30, guadagnavano in un anno intero – Cinquantamila dollari spesi da David O. Selznick per avere i diritti del romanzo di Margaret Mitchell, mille pagine per trecento abbozzi di sceneggiatura, due anni e mezzo di preparazione, centosessantamila metri di girato per una versione finale di duecentoventi minuti di film. Basta?

VOTO: 10

Via col Vento

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5 pensieri su “Gone with the Wind

    1. Due film eccezionali, davvero. Pensa che per Via col Vento ho fatto campagna pubblicitaria tra i miei amici per convincerli a vederlo (e con qualcuno ce l’ho fatta). Li ho martellati, e forse mi hanno anche odiato. Quanto a Il conte di Montecristo, non l’ho ancora letto. Disonore su di me 😦

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          1. Amare per me è riduttivo. Fai conto che mi sono imposta di vederlo solo una volta l’anno (a proposito, per il 2016 non l’ho ancora visto, urge rimediare), mentre il libro sono qualche anno che mi vieto di sfogliarlo. Sono troppo affezionata a quella copia ed ho paura di distruggerla, ha girato l’Italia con me. Magari ne compro una copia nuova e ricomincio a leggerlo. Mi è piaciuto anche Rossella, ma meno.. e devo ancora leggere Il mondo di Rhett.

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