L’importanza di cantare

Sessantasette anni e non sbaglia un colpo. O meglio, qualche macchiolina che ha sporcato il curriculum di Meryl Streep, nell’ultimo triennio, ci sarebbe pure, ma è così insignificante che va via con un po’ d’acqua e sapone. Altrimenti detto, con un nuovo film. E così, eccoci qua, con una nuova interpretazione che probabilmente le darà un’altra nomination all’Oscar (a quante siamo ormai?), come se fosse una conferma di cui, peraltro, né lei né noi abbiamo più bisogno.

Florence

Il film sulle gesta che resero famosa Florence Foster Jenkins si regge tutto sulle sue spalle. Meryl Streep ha dovuto imparare a cantare – e a stonare – proprio come lei, il soprano più sgraziato e meno intonato che la storia della musica ricordi. Vien da pensare che nella vita vera non fosse affatto facile avere a che fare con una come lei, tanto sicura delle proprie doti canore da liquidare le critiche come frutto di gelosia. La pellicola restituisce un’immagine romanzesca, ammansita, sicuramente meno sincera ma squisitamente comica dell’interprete che voleva calcare la scena musicale a tutti i costi.

FlorenceCon i fiori tra i capelli, agitandosi un ventaglio davanti al volto o persino con le ali piumate attaccate alla schiena, Meryl Streep avanza con tutta l’imponenza che un personaggio simile richiede, tanto che il film ne risente quando non è presente nell’inquadratura (ma Hugh Grant e Simon Helberg riescono a sopperire piuttosto bene). Accade pure – quello che doveva essere l’intento di Stephen Frears, grande maestro di ritratti femminili – che non si riesca a non empatizzare con questa signora della lirica degli anni Quaranta. Florence diventa così la storia di un sogno, e di una donna che voleva cantare per ripagarsi dell’infelicità che la vita le aveva dato. Non importa che faccia ridere i presenti della sua ridicolaggine: è pur sempre gioia e, alla fine, quando le risate si tramutano in applausi, il sipario può anche calare.

Il bisogno di farsi strada, di far valere se stessi, il bisogno di rincorrere i propri sogni nonostante il resto e nonostante gli altri, ma soprattutto il bisogno di sognare e basta: l’amore per la musica e la centralità che assume appartengono anche ad un altro grande film del 2016, in cui a cantare, stavolta, sono dei ragazzini di 15 anni. Lo scenario è quello Sing Streetdell’Irlanda degli anni Ottanta, in una Dublino spiritualmente misera e culturalmente povera, dove non c’è molto spazio per chi voglia uscire fuori dal coro e cominciare a sognare in grande.

Segnatevi questo nome: Sing Street. Nei grandi giochi che decidono il meglio e il peggio dell’anno, Sing Street lotta con i denti per farsi spazio nella prima categoria. Cionondimeno, potrebbe non avere la luce che merita. Malinconico, ironico, buffo, romantico, questo film è un racconto di formazione all’epoca dei Duran Duran e gli Spandau Ballet, con protagonisti un gruppo di adolescenti che decidono di metter su una band  quasi per caso e un po’ allo sbaraglio (ma non fatevi incantare, sono adorabili, e c’è persino uno che assomiglia a Corey Feldman da piccolo).

Ma è anche una storia d’amore per la musica, di amore tra fratelli, del primo amore tra un ragazzo e una ragazza. Se all’inizio Conor trova nell’idea della band un espediente per far colpo su Raphina, finirà per scoprire un talento e una vocazione e, più di ogni altra cosa, quanto è bello avere un sogno e provare a realizzarlo.

Raccontato con grazia e malinconia, Sing Street commuove e convince. La scena in cui i due protagonisti viaggiano verso Londra a bordo di una piccola imbarcazione, alla volta delle proprie aspirazioni, con la speranza stampata in faccia, vale da sola tutto il film.

VOTO FLORENCE: 8

VOTO SING STREET: 9

Sing Street

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