Il problema è la privazione

Da quando le nostre giornate trascorrono tra le mura di casa, mia nonna non fa che lamentarsene. Non può fare a meno di entrare in una stanza senza annunciare la sua frustrazione. «Mi sto annoiando. Ma quando finisce ‘sta storia?» ci ripete ogni volta. «Domani me ne scendo. Vado a fare una passeggiata» aggiunge scherzando. Praticamente è diventato un rituale che si ripete con le stesse formule, da quando non saprei più dirlo, ché ormai i giorni sembrano sempre uguali e in famiglia abbiamo perso tutti la cognizione del tempo.

L’aspetto rilevante, però, è che mia nonna non usciva neanche prima. Era diventata talmente pigra e stanca – quale delle due cose fosse preponderante non saprei dirlo – che a ogni occasione pescava una giustificazione da un repertorio anche quello sempre identico: «Fa troppo freddo», oppure «E se poi mi viene mal di schiena?», o ancora, più semplicemente, «Non ne ho voglia». A volte si preparava per uscire, arrivava alla porta e tornava indietro. Ci ripensava. Adesso che di motivi per uscire non ce ne sono più, vorrebbe evadere. Ma se le fai notare la contraddizione ti risponde: «È la privazione che mi dà fastidio». In altre parole: prima era lei a decidere di non uscire, mentre adesso c’è qualcuno che le dice che non può.

Certo è che una situazione del genere non solo non l’ha mai vissuta, né tantomeno avrebbe potuto prevederla (come chiunque altro, del resto), ma fatica pure a comprenderla. Mia nonna ha vissuto la guerra. In quegli anni i soldi scarseggiavano, e il cibo in tavola non era così abbondante come adesso. L’acqua costava cara, e persino farsi lo shampoo poteva essere un problema. Ma segregarsi in casa è qualcosa che va ben oltre. Le strade vuote, gli esercizi commerciali chiusi rappresentano una realtà di cui non riesce a raccapezzarsi.

Di tanto in tanto chiede informazioni su quali attività siano ancora consentite. La settimana scorsa, per esempio, voleva fissare un appuntamento con la sua estetista per farsi le mani. Inutile dire quale sia stata la risposta. «E le persone che devono andare a un matrimonio, come fanno?». È rimasta di bronzo quando le ho detto che i matrimoni sono stati rinviati. «E i funerali, manco si possono fare?». Stessa risposta, stessa reazione.

La città assomiglia tanto allo scenario che offre ad agosto. Io l’ho già visto, niente traffico, saracinesche abbassate, il caratteristico sottofondo metropolitano ridotto al minimo. Ciò che mi fa rabbrividire è vedere quelle poche anime che si aggirano per strada bardate dietro le mascherine: è questo, più di ogni altra cosa, che mi dà la misura di un contagio che ci ha costretti a stare lontani l’uno dall’altro.

«E se uno vuole andare a farsi una pizza, può andare?»
«No, nonna, perché anche le pizzerie sono chiuse».

Oggi mi ha chiesto se quello di restare a casa fosse un suggerimento, fornito in via precauzionale, o un obbligo. Dice che lei l’aveva interpretato come un consiglio, non aveva compreso che ci fosse un divieto, men che mai che i trasgressori potessero essere puniti. «Vabbé, ma io resto a casa comunque. Non voglio scendere, ho paura». Le ho domandato se anche durante la guerra avessero paura di uscire, di camminare per strada. Mi ha risposto che non c’era mica tanta serenità, ma nessuno gli impediva di farlo. «Capito qual è il problema? È la privazione». Mi chiede di nuovo quando finirà tutto questo. Non so risponderle. Le dico solo che finirà.

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