L’utilità di un sano e liberatorio litigio

Stavo pensando alle cose che ho fatto questa settimana, ai posti in cui sono stato, alle persone con cui ho parlato, cercando di riassumere rapidamente il senso di questi ultimi sette giorni. Mi sono accorto, così, che la cosa più rilevante che mi sia accaduta è stata una discussione che ho avuto a lavoro. Non una cosa grande, in realtà, poiché sarà durata sì e no un paio di minuti e dopo era già bella che archiviata. Ma dentro di me è continuata a montare per il resto della giornata, e alla fine mi son chiesto il perché.

Una delle motivazioni esula dall’ambito professionale e, anzi, ha a che fare con ragioni estremamente personali. Il fatto è che per ben due volte mi sono rivolto a una persona – una caporeparto, come si suol dire – per chiederle un’informazione, e anche per metterla al corrente di una situazione di cui a sua volta andava informata. Non scenderò nei dettagli per non farla lunga, ma insomma: le ho posto una domanda con una gentilezza che non è stata ricambiata. E alla seconda volta mi son sentito in dovere di contrattaccare.

Ora, l’argomento della discussione è ben poco rilevante. La verità è che mi trovo spesso ad avere a che fare con persone che scambiano la gentilezza per debolezza – e la mia forse a volte lo è davvero – o che credono che alzando la voce possano dimostrare di valere più di me. Io, di solito, lascio correre, ma stavolta invece ho sentito che non dovevo farlo.

E siccome sono uno che non litiga con nessuno (fuorché i propri genitori) da chissà quanti anni, questa sensazione di incandescenza, di sangue che ribolle dentro, di calore che trasuda dalla faccia, proprio non me la ricordavo. Non mi ricordavo come ci si sentisse da arrabbiati addosso. Una mia amica, che ha assistito alla diatriba, mi ha detto di non avermi mai visto arrabbiato, e che ho fatto bene a farmi rispettare.

Ma se la mancanza di rispetto è stata ciò che ha fatto scoppiare la diga, il motivo per cui ho continuato a pensarci per il resto della giornata è che mi ero dimenticato quant’è bello, a volte, e quant’è sano, e quant’è liberatorio far sentire la propria voce. Eppure, c’è ancora dell’altro.

La verità è che, come dicevo, la discussione è durata all’incirca pochi minuti, ma avrei voluto che proseguisse. La mia tendenza all’autocontrollo ha prevalso e mi ha detto di chiuderla lì, ma nel profondo avevo il desiderio di restituire al mio interlocutore la stessa moneta. Di zittirla, insomma. Di avere l’ultima parola. Di dirci tutto ciò che avevamo da dirci, sfogarci, poi chiarirci e alla fine ritornare amici come prima. O anche no, chissenefrega, ma almeno avremmo messo un punto alla questione.

È questo quel che ho capito, alla fine: che litigare è utile. Che vivere senza litigare è consigliabile per una vita serena, ma a volte anche discutere ha i suoi lati positivi. Prima di tutto, fa bene alla propria autostima e fa sì che gli altri non dimentichino che anche voi avete una voce. E poi, può servire a chiarirsi, purché si riesca ad andare in fondo alla questione. Dopo, magari, ognuno per la sua via. Almeno però vi sarete tolti una soddisfazione.

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