Rifare Napoli, oggi più che mai

Rifare Napoli, oggi più che mai

In questi giorni sto lavorando a una serie tv per cui mi son trovato a girare delle scene in una location particolare. Non dirò di quale serie si tratti, che tanto non è rilevante. Dirò solo che queste scene prevedevano un’ambientazione angusta e degradata. Una casa in cui puoi trovarti ad abitare soltanto se finisci in miseria. In sceneggiatura quella casa era menzionata come “basso”.

A Napoli, un basso è un’abitazione situata al livello della strada. Sono quelli che un tempo erano adibiti a negozi o botteghe, e che poi sono stati tramutati in abitazioni, dalle quali esci e ti ritrovi direttamente in strada. Niente cancelli, niente portoni, niente scale – da qui il nome.

Basso è diventato però anche sinonimo di abitazione fatiscente. Quello in cui abbiamo girato, difatti, non era un vero e proprio basso, essendo situato al primo piano di un palazzo. Ma quello in cui ci trovavamo, a essere precisi, non era neanche un palazzo nel senso più classico del termine.

Si trattava di quello che una volta doveva essere un edificio monastico, così come la struttura suggeriva, con tanto di chiostro porticato, di archi e così via, che prosegue senza soluzione di continuità in una chiesa a cui è praticamente attaccato. La sua particolarità è proprio questa: all’interno di quelle che una volta dovevano essere le sue celle sono stati ricavati degli appartamenti. Quella in cui abbiamo girato era un’abitazione vera e propria.

Una casa ricavata in dieci metri quadri, forse anche meno. In tutto l’edificio c’erano appartamenti all’incirca della stessa misura, alcuni dei veri e propri bassi situati al piano terra, altri invece al piano superiore. Le scale che conducevano al primo piano erano malridotte, con diversi fili di ferro sporgenti. L’intonaco sulle pareti tutt’intorno era solo un lontano ricordo. C’erano cavi elettrici scoperti e allacciati alla buona.

Eppure non si tratta di abitazioni occupate abusivamente. Lì dentro ci vivono famiglie intere, in alcuni casi cresciute e forse anche nate lì. Famiglie di tre, quattro, cinque persone assiepate in pochi metri di spazio, dove la divisione tra una stanza e l’altra è praticamente illusoria.

E pensare che a pochi passi da dove ci trovavamo, sorge una delle strade più importanti di Napoli, con palazzi altrettanto antichi ma splendenti nella loro magnificenza. Soltanto nella stessa giornata, poco prima, eravamo di fronte alla villa abbandonata di un ex presidente della squadra calcio partenopea – abbandonata, eppure ancora ammirevole.

Mi è tornato in mente un passo del Ventre di Napoli di Matilde Serao, in cui la giornalista accennava al piano regolatore per “bonificare” i vicoli della città, quelli in cui la gente prolifera in viette anguste e in casupole all’altezza dell’immondizia depositata in strada – i bassi, appunto.
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, Napoli doveva essere protagonista di un’opera di risanamento che, secondo i piani, avrebbe dato nuovo assetto ai quartieri popolari e un nuovo aspetto al capoluogo campano.

Serao non era la sola tra gli intellettuali del tempo a constatare la contraddizione di una città in cui le arterie principali, ampie, luminose e costellate di edifici desiderabili e rinomati, sono attraversate da viuzze in cui il popolo vive in abitazioni disagevoli e versa in condizioni di miseria. A chi diceva che bisognava sventrare Napoli, Matilde Serao rispondeva che non era sufficiente, perché Napoli andava completamente rifatta.

Nella seconda edizione del libro, prese ormai il sopravvento la sua amarezza per i risultati del Risanamento, che difatto di risultati non ne aveva quasi dati: i bassi esistevano ancora, e anzi andavano aumentando. Sembra il racconto di un’altra epoca, e invece è storia attuale: i bassi esistono, anche oggi, ci sono eccome, e insieme a loro anche gli edifici fatiscenti, pericolanti e miserabili.

Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli? Vedrete, vedrete, quando gli studi, per questa santa opera di redenzione, saranno compiuti, quale verità fulgidissima risulterà: bisogna rifare.

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