Iggy Azalea, James Blunt, Shakira e i loro ultimi album

È ufficiale, mi sono appena innamorato. Iggy Azalea è una delle grandi sorprese di quest’anno. E si parla di sorpresa nonostante i primi singoli siano stati rilasciati l’anno scorso. Per quanto avessi già apprezzato Bounce e Change Your Life, non potevo minimamente prevedere che il suo album di debutto The New Classic sarebbe stato a questo livello. Iggy si è imposta come una delle voci più innovative nel mondo dell’hip-hop, forse la più interessante in assoluto di questo 2014. La sua è una fusione perfetta di hip-hop e EDM, quella trap music in cui si muove evidentemente a suo agio. Il suo modo di rappare è immediatamente riconoscibile: la sua voce ricorda lontanamente quella di Kesha e si è già dotata di un suo personalissimo stile come già Nicki Minaj pochi anni fa e Missy Elliott ancora prima. Intendiamoci, Iggy Azalea non è uguale a nessuno. Mi viene da pensare che potrebbe guidare, insieme alla già citata Minaj, a Flo Rida e a Macklemore, quella corrente del rap che mescola influenze e generi vari attingendo parecchio all’elettronica e che è stata predominante negli ultimi anni. L’album intero merita parecchio, ma la canzone migliore resta il singolo Black Widow.

VOTO: 10

Dieci anni fa, James Blunt esordiva con Back to Bedlam facendo prevedere un brillante futuro. Quelle promesse sono state infrante nel giro di poco tempo. Forse non avremmo dovuto aspettarci niente di più da lui. Il fatto è che il cantante di Goodbye My Lover e You’re Beautiful si era affacciato al mondo con una tenerezza e una voce delicata e sofferta, che sfido chiunque a rimanere sorpresi dal fatto che questa magia si sia esaurita così presto. Oggi James Blunt rilascia ancora qualche singolo orecchiabile e, tutto sommato, niente male come Bonfire Heart, ma niente che si possa definire memorabile. Le canzoni di quest’ultimo Moon Landing finiscono coll’assomigliarsi l’una con l’altra, e tutte insieme assomigliano a canzoni di qualche album precedente: e così, alla lunga, sembra di ascoltare Blunt in un unico lungo lamento, con la stessa malinconia che lo contraddistingue da appunto dieci anni. Neanche l’ottima Postcards può cambiare granché le cose.

VOTO: 6 

Qualche anno fa mi sorpresi a scoprire in Shakira un’artista capace non soltanto di sfornare tormentoni di successo come La Tortura e Hips Don’t Lie, ma di dar vita anche a degli album ben confezionati, che meritano la nostra attenzione. Sono molti quei cantanti che salgono alla ribalta con qualche hit da milioni di copie, poi vai a sentirne l’album e ti accorgi che oltre i due o tre successi non c’è niente. Shakira non è una di quelli. A trarmi in inganno era stato il fatto che, a differenza di molti altri, lei rilascia perlopiù 2/3 canzoni in media per ogni nuovo disco, e così avevo creduto che, una volta ascoltate quelle, non valesse la pena approfondire. Quest’anno non ha fatto eccezione: un album omonimo e tre soli singoli estratti. Che, ad esser sinceri, non sono neanche ciò che di meglio contiene quest’ultimo lavoro. A mio parere, si tratta di una Shakira un po’ diversa da come l’abbiamo conosciuta, una Shakira che esplora nuovi sound strizzando l’occhio all’elettronica e mescolando sonorità rockeggianti, ma senza uscire dai confini del pop. Una Shakira che non è più soltanto quella delle ballate latine che l’hanno resa famosa, che ha ancora la sua solita voce potente, ma più confortevole e calorosa. Forse, anche più serena.

VOTO: 9

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