Luci del varietà

Ne 1951, un anno dopo Eva contro Eva, abbiamo avuto anche noi la nostra personalissima storia di rivalità dietro le quinte, attori pronti a tutto pur di calcare un palcoscenico e primedonne in cerca di successo. Solo che la gli addendi non sono proprio gli stessi, a cominciare dall’interprete principale, nel nostro caso un Peppino De Filippo probabilmente al primo ruolo importante della sua vita. Capocomico di una compagnia teatrale allo sbando, il signor Checco perde la testa per Carla Del Poggio, la bella Liliana con velleità da soubrette, lascia la futura moglie e stravolge la compagnia intera per costruire un nuovo spettacolo attorno alla sua nuova musa. Stesso risvolto (semi)amaro, come per il capolavoro hollywoodiano, per il buon Peppino De Filippo che riesce a malapena a salvare capra e cavoli, mettendo da parte ambizioni e grandi sogni, ma in fondo in fondo nemmeno tanto grandi: perché, se Liliana sta cercando la luce dei riflettori, al signor Checco interessa soltanto un bel paio di gambe.

Luci del varietà è il primo film di Federico Fellini, co-diretto con Alberto Lattuada. Non saprei dire quanto di quest’ultimo sia presente nel film, ma sicuramente c’è tanto del primo, a cominciare da Giulietta Masina, la compagna di Peppino tradita e abbandonata, ma pronta a riaccoglierlo tra le sue braccia come se niente fosse cambiato tra i due. Poi c’è il mondo dello spettacolo, sebbene si tratti di attori di rivista e sgangherati artisti di strada, e persino un paio di sequenze dall’atmosfera suggestivamente onirica, quando Peppino/Checco comincia a scritturare certi personaggi che, a incontrarli in sogno, resteresti comunque incredulo.

È una pellicola assolutamente divertente nella prima parte, dove protagonisti sono i curiosi membri della compagnia, perfettamente a tempo nel rispondersi ed accompagnarsi l’un l’altro con la loro esuberanza macchiettistica. Dal secondo tempo in poi, tutto diventa prevedibile, anche stranamente veloce, con l’impressione che la storia abbia subito un’improvvisa accelerata, sebbene la sequenza di cui si parlava prima si trovi proprio nella seconda parte del film, compresa la comparsa di una giovane Franca Valeri, nei panni di una coreografa sopra le righe.

Anche Carla Del Poggio, un’attrice che ha misteriosamente avuto una carriera assai breve, è preferibile nella prima parte, spregiudicata, sognatrice e un po’ arrivista, piuttosto che nella conclusione dove, dopo un’accenno di brutalità verso il suo mentore, diventa inutilmente sentimentale. Meglio Peppino, marpione ed ostinato fino alla fine, per quanto poi il finale sia più leggero di quanto avrei voluto. Non che si tratti di un epilogo idilliaco, ma nessuno ne esce veramente stravolto. A volte, invece, un pizzico di tragedia può dare senso alle cose, e alcuni personaggi vengono meglio se sono neri e basta, senza sfumature di grigio nel mezzo.

VOTO: 7

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