L’abitudine di tornare

Non so voi, ma ultimamente molti cantanti italiani mi hanno deluso. Si sono persi nel vortice della monotonia, e le loro canzoni hanno finito per sembrare tutte uguali. Con una buona dose di speranze e aspettative, perciò, mi sono messo all’ascolto dell’ultimo album di Carmen Consoli, pregando che almeno lei non mi deludesse.

Risultato? Se la cava anche stavolta. Forse perché Carmen Consoli è sempre stata una di quei cantanti più interessati al risultato finale che ai dati di vendita, per cui non opta mai per un strada banale, e che hanno sempre qualcosa da dire, il che la rende interessantissima da ascoltare.

Se c’è un problema, sta nel fatto che ci ha messo troppo impegno nella scrittura delle strofe (i testi sono la parte migliore dell’album, attualissimi, critici, ironici), e troppo poco nel dare organicità ai singoli brani. Mi spiego: più andavo avanti, e più avevo la sensazione che le canzoni cominciassero in un modo per poi proseguire in tutt’altro, sicché risultava difficile riuscire ad afferrare il ritmo complessivo, e una volta terminato l’ascolto, rischi di non ricordartela nemmeno questa o quella canzone. Forse è il prezzo da pagare per una cantante che non sceglie mai una risoluzione scontata e banale, e magari, un album del genere risulta più efficace al secondo ascolto.

Intanto, limitandoci al primo, se ne può già apprezzare la diffusa atmosfera malinconica (ma non deprimente), il riso amaro, e la voce della cantautrice siciliana così calda, così espressiva.

VOTO: 6

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