Meghan Trainor + Years & Years, atto primo

Agli inizi del 2015, le nostre radio (ma non solo le nostre) sono state invase da una certa King, che settimana dopo settimana è diventata una vera e propria hit, una delle maggiori di quest’anno. Artefici sono un gruppo di giovani inglesi, con questo nome inusuale per una band che è Years & Years, e il loro album di debutto non è niente male. Se ricordate la canzone in questione, avete già una vaga idea di quello che Communion ha da offrire: un concentrato di synthpop allo stato puro, fresco ed elettrizzante. Gli Years & Years prendono quanto di meglio ci ha dato la musica elettronica degli anni Ottanta e lo trasformano in qualcosa di completamente attuale, e soprattutto danno alla musica pop un contenuto e un aspetto adulti e profondi.

Sono, però, proprio i brani più malinconici anche nella melodia, più lenti per dirla in parole povere, ad essere meno incisivi, meno convincenti. Il gruppo dà il massimo quando si lascia andare all’energia che può nascere da una musica del genere, come in Take Shelter, Gold e, appunto, King. Anche perché Olly Alexander, il frontman, appena apre bocca sprigiona una carica di vitalità stupefacente, come se tutta quella forza non aspettasse altro che venire fuori.

VOTO: 7

Alcuni mesi prima, invece (eravamo nella seconda metà del 2014), è stata la volta di un’altra hit, ancora più popolare. Almeno il sottoscritto ci ha letteralmente perso la testa. Fin dal primo ascolto, All About That Bass mi ha fatto impazzire, tanto che era contagiosa ha annullato le mie inibizioni come un virus. Poi è venuta Lips Are Movin, e dopo ancora Dear Future Husband, insomma, Meghan Trainor era la novità che stavamo aspettando. Col suo sound un po’ blues e un po’ soul che strizza l’occhio agli anni Sessanta e ha quel gusto retro che ci piace tanto, la ventiduenne americana ha mostrato a tutti come si possa fare un pezzo di successo senza dover scrivere per forza un brano da discoteca.

Vocalità perfetta, canzoni d’amore vintage, ballate nostalgiche e tanto sense of humor sono ciò che contraddistingue Title e lo rende una delle note più interessanti di quest’anno. A volerci trovare un difetto, direi che l’album non riserva sorprese. Non so voi, ma a me piace scoprire durante l’ascolto qualche perla nascosta, che le esigenze del mercato discografico hanno costretto a mettere in disparte. Alle altre track, invece, manca qualcosa rispetto ai singoli, quel che non so che necessario a farsi notare davvero. Ma è un bell’album, eh. Molto.

VOTO: 9

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