Twenty One Pilots + James Bay: rock of 2015, part I

Quando ho visto i Twenty One Pilots esibirsi a Milano per gli Mtv Europe Music Awards (in tv, s’intende), mi sono detto che dovevo assolutamente conoscerli un po’ meglio. Da questo loro ultimo album, Blurryface, avevo ascoltato, distrattamente, giusto uno dei singoli e niente più. Degli album precedenti ignoravo persino l’esistenza. Ebbene, l’ascolto è valso il tempo che ho speso.

In alcune recensioni che ho letto curiosando per il web (quasi tutte in inglese, visto che da noi sono praticamente sconosciuti), mi è parso di notare che il duo americano sia comunemente riconosciuto come un gruppo alternative pop, se vogliamo. L’aggiunta di quel “pop”, tuttavia, potrebbe dare un’idea sbagliata. Dovendoli inserire in una categoria, avrei preferito più quella di alternative rock, ma forse neanche questa riesce ad essere una sintesi di quello che quest’album rappresenta. Perché scorrendo tutte le 14 track una dopo l’altra si sentono il pop, il rock, echi del reggae e del pop-punk, e forse pure dell’hip-hop.

E in alcune di quelle recensioni, leggevo il disappunto di chi sosteneva che l’album non avesse trovato una sua coesione, una linea compatta. Vero è che il sottoscritto nulla sa dei lavori che hanno preceduto Blurryface, e pertanto non è autorizzato a dire se siano progrediti o abbiano deluso le aspettative, ma a me, quella miscela ha convinto. Si sente sulla pelle la vivacità della voce di Tyler e della batteria di Josh, una sensazione di adrenalina che passa da un brano all’altro e si confonde con un guizzo di ansia e di risentimento. I singoli non esauriscono nemmeno le potenzialità di quest’album: dopo Ride e Stressed Out, si dovrebbe passare per Polarize, The Judge, Hometown e We Don’t Believe What’s On Tv per apprezzarlo al meglio.

E comunque, agli EMAs di quest’anno i Twenty One Pilots sono stati nominati come Best Alternative (cioè nel senso di alternative rock, credo). Direi che sul genere possiamo accordarci così.

VOTO: 8

A un altro tipo di rock (un po’ folk e un po’ soft rock) appartiene invece l’album d’esordio di James Bay, anche lui agli EMAs 2015 come performer. Tutti lo conosciamo per la bellissima Hold Back The River, che è riuscita a dargli visibilità anche oltreoceano. Il debutto in questione s’intitola Chaos and the Calm e, per entrare subito nel merito della questione, ad ascoltarlo rivela un’andatura altalenante. Si va su, poi giù, poi si torna su e così via, intendendo con questo che a un brano o due ben confezionati ne segue un altro meno convincente. Canzoni più e meno riuscite si alternano, e alla fine l’esito è un po’ incerto.

Ma bisogna dire almeno due cose. Innanzitutto, se le melodie più pacate e sommesse sono quelle dei singoli Scars, Let It Go e la stessa Hold Back The River, le altre presenti all’interno dell’album non ne sono sempre all’altezza. Ci sono istanti in cui pare che stiano per esplodere, e invece restano così, pacate e sommesse, anche laddove meriterebbero di scoppiare in un impeto finale di energia. Per questa ragione alcuni brani, pure buoni complessivamente, non raggiungono la perfezione.

In compenso, però, Chaos and the Calm non è tutto così. Al contrario, James Bay sa regalarsi anche qualche momento di incredibile vitalità, che dura per la parentesi di canzoni come Get Out While You Can e Best Fake Smile, che rappresentano esattamente il motivo per cui, talvolta, bisogna andare a vedere se nell’album non si nasconde anche qualcos’altro.

VOTO: 7

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